Italiano/ Arabizzazione del popolo berbero: intervista alla professoressa Iram Amilcar Feres

Nel vasto territorio che conosciamo come ‘mondo arabo’ e che comprende 22 paesi, esistono numerosi gruppi appartenenti all’etnia berbera. I berberi corrono il rischio di perdere la propria identità…

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Nel vasto territorio che conosciamo come ‘mondo arabo’ e che comprende 22 paesi, esistono numerosi gruppi appartenenti all’etnia berbera. I berberi corrono il rischio di perdere la propria identità.

Iram Amilcar Feres è professoressa di letteratura francese presso l’Università “Ibn Charaf” in Tunisia. Conosce cinque lingue, è madre di due bambine e la sua famiglia è di origine berbera. Al di là della conoscenza accademica, Iram affronta in prima persona la problematica dell’arabizzazione del suo popolo.

Manuela Garreffa: Puoi raccontarci l’origine del contrasto legato all’arabizzazione?

Iram Amilcar Feres: Il problema per noi berberi, che ci facciamo chiamare ‘amazigh’ (uomini liberi), ebbe inizio nel settimo secolo con le invasioni arabe. Si è trattato di uno scontro difficile, perché eravamo ebrei e cristiani, dunque c’éra questa nuova religione, l’Islam, che ci veniva incontro e che voleva cambiarci le abitudini e le tradizioni.

M.G.: Una differenza importante è quella tra il matriarcato ed il patriarcato, vero?

I.A.F.: Si, noi siamo un popolo matriarcale da migliaia di anni, cioé il potere politico ed economico tradizionalmente era in mano alle donne. Da Didone, regina di cartagine, fino all’ultima regina, Kahina che significa ‘la profetessa’. Mentre gli arabi sono arrivati con un sistema patriarcale e maschilista, dunque non avevamo niente in comune.

M.G.: C’è stato uno scontro diretto, nel territorio tunisino?

I.A.F.: Noi abbiamo resistito meglio che potevamo, ma siamo un popolo pacifico che non aveva esperienze di guerra e l’arabizzazione insieme all’islamizzazione si è quindi installata poco a poco. Kahina, il cui vero nome è Dhia cioè “donna luce” ha resistio come una leonessa. Lei era una regina guerriera, la piu brava cavallerizza del nord Africa. Il personaggio di Xena è stato ispirato a Kahina. Ma, alla fine, vedendo gli arabi vincere, ha dato fuoco agli uliveti ed ha lottato in un ultimo combattimento epico nel corso del  quale è stata uccisa. Più tardi gli arabi, per distruggere la sua immagine, hanno sparso la voce che fosse fuggita, ma questa era una bugia ridicola.

I berberi tunisini sono un popolo molto pacifico, come dicevo. Siamo diventati mussulmani, ma per gli arabi al potere questo non era sufficiente ed hanno cominciato a cancellare i simboli della nostra identità. Non si poteva più parlare “amazigh”, anche l’alfabeto berbero detto “tifinagh” è stato proibito, tanti manoscritti son stati bruciati e ad ogni generazione l’identità berbera si perdeva sempre di più.

M.G.: Esiste un movimento di resistenza berbero?

I.A.F.: In Algeria ed in Marocco la resistenza è stata piu feroce, zone intere non parlano l’arabo e sono ancora cristiane, ma in Tunisia , che e il più piccolo paese del nord Africa, la resistenza è stata debole. Abbiamo finito per credere alla bugia dell’arabizzazione, ed abbiamo dimenticato chi siamo. Io mi vergogno di dire che parlo 5 lingue diverse ma non conosco la mia vera lingua, cioè il “shelha”, il berbero tunisino.

Certi villaggi sono stati risparmiati ed hanno resistito perché lontani, nelle montagne di neve, o i villaggi trogloditi scavati nelle montagnie del deserto come “Douiret”, “Chenini”, “Sened”, dove si parla il berbero e dove il tempo sembra essersi fermato.

Siamo ancora un paese matriarcale, la madre è al centro della famiglia, è lei che commanda e gestice l’economia di tutti, compresi i figli e loro famiglie. L’ironia è che anche Ben Ali era un pagliaccio nelle mani di sua moglie, perché era lei che governava il paese, si vedeva con i ministri e gestiva l’economia, rubando un pò di qua e un pò di là.

Adesso molte persone non vogliono saperne della lotta per ritrovare la nostra cultura, perché ci hanno convinti che arabizzazione ed Islam andavano insieme. Rinnegare l’arabo è un pò rinnegare l’Islam. È una specie di ricatto morale e religioso, ahimé vergognoso… ma che funziona a meraviglia.

Esistono molto dialetti berberi, almeno una trentina in Marocco, il “tachelhit” (ou chleuh) è parlato anche dai Chleuhs nell’alto Atlas e nell’Anti-Atlas a sud, è il dialetto berbero più parlato in Marocco. Il “tamazight” del Marocco centrale, chiamato anche “Tamazight Le tarifit” (ou rifain) è parlato a Le Rifains. Gli abitanti del Rif

in Algeria parlano il “chaoui”, il “kabyle”, il “chenoui”, il “mozabite” ed altri dialetti. In Tunisia abbiamo solo il “chelha”. Anche i Tuareg sono berberi.

M.G.: La comunità cristiana a livello internazionale non vi sostiene?

La comunità cristiana sa che non ha nulla da recuperare, dato che tutto è già stato rubato dal colonialismo. Non vedono nessun vantaggio ad aiutare i berberi cristiani e poi forse hanno paura di provocare guerre civili in luoghi dove i governi sono amici dei leader europei, solo se volessero far cadere un governo tirerebbero fuori la storia dei cristiani, come hanno fatto in Sudan. A dire il vero qui gli arabi non ci sono, erano venuti per conquistare e dopo ne sono restati un paio per regnare sul territorio ma sono i berberi ad essere stati arabizzati, almeno questo è quello che è successo in Tunisia. In Alegeria la Kabylie si ribella di brutto e ci sono, a volte, scontri violenti con il governo. In Marocco il re è stato furbo perché ha dichiarato nel primo articolo della Costituzione che la lingua del paese era il berbero, e così li ha fatti star calmi.

MG: Parliamo ancora della vostra cultura: lo spirito di gruppo prevale sull’ individualità, vero?

I.A.F.: Si. Comandano le donne ed è una cultura basata sulle feste e sul cibo, questo può risultare seccante per le continue commemorazioni a cui è considerato imprescindibile che si partecipi. Nei villaggi sono ancora le donne a lavorare e gestire l’economia della famiglia, sono coltivatrici. Gli uomini sono inutili, fanno la guardia agli animali dell’allevamento e passano il resto del tempo a giocare tra di loro alla “kharbga”, una sorta di gioco della Dama secolare. Sono le donne che lavorano… e la piú anziana, che è considerata la più saggia, viene consultata di tutti. Il matriarcato nelle città si manifesta grazie al fatto che il marito che lavora dà tutto lo stipendio alla moglie e poi riceve da lei ogni gionro la sua parte di denaro. È anche una cultura basata sul cibo, mangiare insieme è un rituale quasi sacro, rifiutare di mangiare con qualcuno è un’offesa. Durante le feste ti devi per forza riempire la pancia se no…. sono guai!

Nelle città i gruppi familiari vivono intorno alla suocera. È lei il capo famiglia. I suoi figli, le loro mogli, i loro bambini… tutti per tradizione le dovevano obbedienza assoluta. La figura materna è sacra, a volte anche più di Dio. La nuora è considerata più vicina alla suocera della sua propria figlia, ed è lei che dopo la morte della suocera diverrà il capo famiglia, la nuora più anziana ovviamente. Avrà le chiavi di casa e della cassaforte, gestirà tutto questo mondo intorno a sé: suo marito, i suoi figli, i suoi cognati e le loro mogli. Le feste sono lunghe e costose, sopratutto quelle di matrimonio, ma si organizzano a volte anche feste inutili: per il ritorno da un pellegrinaggio, per la laurea dei figli, per il fidanzamento, per la circoncisione, etc. La festa è basata sul cibo e se non mangi è segno di ostilità e di disprezzo.

La vita nei villaggi è più dura per le donne perché lavorano la terra e la lana. Le berbere delle città lavorano all’uncinetto, ricamano e gestiscono i soldi che i mariti ed i figli guadagnano. Se uno vuole comprarsi una cosa personale deve chiedere alla madre (o moglie) e lei accetta oppure rifiuta di dargli i soldi. È una tirannia materna che sta diminuendo, adesso. Nella societá moderna il potere materno è diminuito perché i figli non abitano piu vicino. Ma restano sempre le feste ed i matrimoni a far rivivere le tradizioni. Questa serie di tradizioni è stata un pò anche una reazione alle diverse invasioni che hanno subito i berberi da parte dei romani, degli arabi, degli spagnoli, etc. Se non avessero tenuto duro forse certe cose non sarebbero rimaste come una volta.

M.G.: Quali sono le maggiori attività di artigianato tipico e quali di esse sono considerate artistiche o sacre?

I.A.F.: A Sejenene, villaggio berbero del nord, le donne lavorano la ceramica da migliaia di anni. Le donne berbere fanno anche  lavori di tessitura: tappeti, vestiti e  coperte. Il tatuaggio è molto importante nella nostra cultura, anticamente tutte le donne dovevano essere tatuate, adesso un pò meno. In passato le diverse tribù si riconoscevano dai tatuaggi ed era la donna che portava dei tatuaggi sul viso per far riconoscere l’identità del gruppo. I gioielli sono importanti e devono ricoprire tutto il corpo ed anche i vestiti, la fronte, i capelli, i polsi e le caviglie. Si indossano collane, ecc. I bracialetti devono sempre essere di un numero dispari: 3, 5, 7, 9, per allontare il malocchio. Anche la Mano di Fatima serve ad allontanare gli spiriti ed il malocchio. Le tessitrici sono considerate lavoratrici e sostenitrici della famiglia, ma le donne che forgiano i vasi e le statue di poteri sono artiste, ed anche le tatuatrici.

M.G.: Vediamo altre differenze tra la cultura araba e quella berbera. Noto che ogni popolo si veste in base al clima: per voi, in generale, il volto della donna deve essere coperto in occasioni particolari o semplicemente si usa proteggersi dal vento e dalla sabbia del deserto?

I.A.F.: Ecco l’hai detto, nel nord la donna berbera non indossa il velo, ad ogni regione geografica il suo abbigliamento, ma se si parla del foulard islamico quella è una storia a parte, molto controversa e discussa anche tra i islamisti dato che alcuni ritengono che la donna senza velo sia provocante. La donna berbera non si copre i capelli, solo, come dici tu, può farlo per proteggersi dal sole e dal vento di sabbia. Il vestito berbero per escelleza e il ‘burnous’, una sorta di mantello invernale di pura lana che costa anche parecchio ed a volte ci vogliono 6 mesi per farne uno. Tutto è fatto a mano, anche il trattamento della lana.

M.G.: il divorzio esiste nel Corano ma non nella Bibbia, voi lo permettete?

I.A.F.: Sì, noi berberi possiamo divorziare, mia nonna aveva divorziato quattro volte e si era risposata ogni volta con un uomo più giovane di lei.

M.G.: Parlami delle tradizioni preislamiche che avete mantenuto, quelle che consideri più importanti, come danze o anche commemorazioni religiose…

I.A.F.: Una festa pagana importante è la cerimonia di “Stambeli”: le donne si riuniscono di notte, fanno venire musicisti (tam tam africani) e ballano come matte per invocare gli spiriti. Entrano in trance. È una cerimonia tipicamente africana. Ricordo vagamente queste feste, i bambini non potevano assistere perché a volte si entrava veramente in trance mentre si ballava. Era impressionante. Quando si sospettava che qualcuno avesse il malocchio lo si liberava con questa cerimonia. C’era sempre con il gruppo un uomo che indossava una maschera e pelli di animali e che ballava con enormi castagnette (strumenti simili alle nacchere) nelle mani. Questo personaggio si chiama Bou Saadia ed è il simbolo dello Stambeli. Questa festa molto pagana esiste anche tra gli ebrei ed i cristiani, è anteriore a tutte le religioni, visto che tutti la celebrano… sospetto un legame con la Danza di Bacco. Le donne impazzite continuano a ballare come se volassero. Questa celebrazione esiste ancora, c’é un gruppo molto famoso, una famiglia che fa Stambeli da generazioni, i “Gnawa”.

Come simboli religiosi ti faccio due esempi. Il pesce appeso alla porta d’entrata per allontanare gli spiriti malvagi è un’eredita cristiana, rapresenta Cristo. Lo abbiamo anche in città, lo appendiamo alle collane. Inoltre veneriamo la Madonna: ogni anno ad agosto la facciamo uscire e fa un giro nelle strade, e dopo due o tre settimane la si fa rientrare in chiesa (ci sono chiese cristiane in Tunisia, c’è libertà di culto). Come per aprire e chiudere la stagione della spiaggia. Adesso la statua della Madonna non la mostrano perché è contrario all’Islam rappresentare personaggi sacri, ma fanno tutto uno spettacolo con ballerini, majorettes, etc. Un carnevale. Ce n’è uno nella città costiera di Sousse che viene chiamato Carnavale d’Agosto e ce n’è un altro a Tunisi nella città di La Goulette, dove convivevano le tre religioni insieme come una sola famiglia prima della seconda guerra. Quest ‘ultima processione si chiama “l’uscita della Madonna” ed il “rientro della Madonna” e quando la Madonna rientra è fantastico: il mare non è più lo stesso, gli abitanti della città non vanno più in spiaggia, come se il mare non fosse più protetto… sì, è strano, vengono fuori le meduse ed il vento diventa un pò freddo.

– Con quest’immagine evocativa si chiude la nostra intervista. Grazie.

legenda delle immagini, dall’alto: Bandera bereber fr.wikipedia.org – La Mano de Fátima Tunisie ancien quartier – couleurs typiques es.wikipedia.org – Bereber Tunisie 1910 – Stambeli.com – Virgen de La Goulette

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