No More Village to Help Raise the Children

Love Responds

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The old saying, “It takes a village to raise a child.” May still be true, but it sure has changed in my own interpretation. As a society, we pay others to help raise our children. Many children are “raised” by systems not their parents. Families used to live close to each other, often in the same village, and children could experience the love and wisdom of multiple generations on a daily basis. Children had security, usually, within their village and could explore life and all its beauty knowing everyone would guide them as they bounced through the village.

What happened? We were manipulated and willingly accepted the changes that have taken place.

Villages became neighborhoods with perfect yards and houses all lined up with their car in the driveway, two and half kids, the dog, and the cat all helping keep the yard manicured. Keeping up with the Jacksons became…

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Omonormatività: che cos’è, e perché danneggia il nostro movimento

Al di là del Buco

Da QueerNotes.

Omonormatività: che cos’è, e perché danneggia il nostro movimento

Laura Kacere – tr. it. Jinny Dalloway & Agnes Nutter

L’ “omonormatività”, un fenomeno che esiste da molto prima del termine stesso, è considerato da molte persone qualcosa di distruttivo per il movimento dei diritti queer e per la comunità queer nel suo complesso.

“Omonormatività” è un termine che riguarda i problemi legati al privilegio che vediamo nella comunità queer di oggi, e che si intersecano con il privilegio delle persone “bianche”, con il capitalismo, il sessismo, la transmisoginia e il cisessismo, tutti elementi che finiscono per escludere molte persone dal movimento per uguali diritti e una maggiore libertà sessuale.

Quindi, cosa vuol dire e, soprattutto, come si manifesta l’omonormatività nelle nostre vite quotidiane?

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Dove finiscono i soldi delle nostre donazioni? – Parte prima: le onlus

IT (da leggere!)

Bruce

fame_fao71Quando succedono tragedie come quelle del Nepal e ti chiedono soldi per aiutare i terremotati, inevitabilmente sei assalito da uno slancio di generosità. Ed i promotori delle iniziative delle raccolte fondi lo sanno.

Poi oggi per radio ho ascoltato un messaggio per la raccolta di fondi per la protezione della tartaruga marina.
Grande rispetto, per carità, per le tartarughe, ma oramai non si contano più le associazioni che mi chiedono soldi.

Non c’è giorno che passa che non spunti fuori una nuova associazione etichettata “no profit” che ci chiede soldi “impietosendoci”.

Allora è giusto chiedermi: perché proprio a me? Perché proprio a noi tutti? Perché tanto interesse a raccogliere soldi? C’è così tanta gente che realmente  ha interesse a salvare il mondo? O c’è dell’altro. E, poi, dove vanno a finire i nostri soldi?
E’ legittimo fidarsi?

Ovviamnete le associazioni dicono che è tutto a posto, tutto regolare.

Non tutto…

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11/09/01

Io ero al PC,

a casa di mio padre, stavo vivendo prevalentemente in Sud America ma a volte lo andavo a trovare a Genova. Pur essendo di ideali strettamente non violenti, nella vita di tutti i giorni ero più abituata ai conflitti che alla pace. Più ai funerali di giovani che ai compleanni di anziani. Più agli spari che al silenzio notturno. Ero dunque più cosciente della situazione di instabilità e meno spensierata dei miei connazionali. Quello che ho pensato vedendo sul monitor il crollo delle 2 torri è stato: ‘Che aberrante scena da film, se la saranno architettata da soli perché sembra uscita da Hollywood’, ma sono comunque andata a vedere cosa faceva lui in cucina. Brindava. Non era cattivo, normalmente era una persona considerata fin troppo buona, brindava perché, anche se in proporzioni minime, ci vedeva un’ombra di equilibrio, che le tragedie non succedessero sempre ai soliti e solo ai poveri. Io ero solo stufa. Della riluttanza del mondo a cambiare, a creare cause di pace, a slegarsi dal sistema. Soprattutto dal basso. Avevamo due espressioni diverse (una seccata e una festosa) ma accomunate dal fatto di non essere quelle descritte dai TG. Nel frattempo, difatti, il TG continuava, e diceva che eravamo tutti estremamente addolorati, scossi dalla sorpresa, nonché morti di paura. Che i nostri giorni lieti erano stati improvvisamente colpiti, che ci sentivamo minacciati, inspiegabilmente, da un momento all’altro, da ignoti terroristi, dei quali ci sentivamo vittime, identificandoci con quei deceduti, che (a differenza di altri, sottinteso) sentivamo vicini. Tutti. Nessuno poteva sentirsi diversamente, nessuno poteva vedere altre sfumature del quadro che lo schermo televisivo offriva.

Ridi papà, da dove sei, dei mass media, perché lo stanno ancora dicendo.

Manuela

Italia in Etiopia, il neocolonialismo dell’energia.

Il Secolo 21

L’Etiopia è un paese magico, tragicamente povero e profondamente spirituale, la cui storia recente scorre, come in tutte le periferie del mondo che conta, al ritmo indecente imposto dalle organizzazioni finanziarie mondiali, dagli Stati sovrani e dai protocolli ratificati per l’acquisizione di autorevolezza internazionale. Nel corso dei passati due secoli, tanti paesi in via di sviluppo sono stati infatti affrancati dal giogo militare/coloniale, per essere più comodamente addomesticati alle regole del mercato e alla dipendenza economica. Questo è il neocolonialismo. Neologismo esplicito di relazione asimmetrica. Le elite politiche locali commerciano ricchezze naturali, svendendole secondo i parametri della globalità: lo Stato è sovrano nel decidere come meglio proporsi sulla scena economica mondiale per attirare gli investimenti, i quali, nel lungo termine, dovrebbero poi automaticamente sviluppare la ricchezza del paese. L’Etiopia ha una popolazione di 71 milioni di persone. Il reddito annuo pro capite è di 145 dollari, passeranno anche sulle…

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